Del mio non mangiar carne (di Luigi Civita)



Troppe volte mi sono sentito porre, durante un pasto in compagnia, le solite domande; quelle che probabilmente opprimono tutti coloro che decidono di seguire la mia stessa strada. Solitamente ho notato atteggiamenti di sfida o di sufficienza nei volti dei miei interlocutori; poche volte c'era curiosità fine a se stessa o puro interesse. E' normale: la diversità, anche se non appariscente, anche se confinata entro le mura della propria cucina, spaventa. L'argomento oggetto delle mie scelte coinvolge inevitabilmente tutti coloro che, almeno una volta al giorno, si nutrono; e allora si cerca di fuggire, ci si nasconde dietro le proprie certezze, dietro la convinzione di essere essi nel giusto e io in torto, per non mettere in dubbio quei pochi caposaldi che ancora reggono e per mantenere la coscienza apparentemente pulita. Non sono molte le occasioni per discutere serenamente della propria filosofia di vita con persone aperte a concetti fino a quel momento estranei.

Da quanto sono vegetariano? Perché? Sono sempre stato vegetariano? Ma non mi fa male? L'uomo non ha sempre mangiato carne? Dio non ha creato gli animali perché li uccidessimo? Penso ai bambini che muoiono di fame? Eccole, solo in parte. Chi non mangia carne ritroverà in questi interrogativi l'argomento preferito a tavola dagli altri, dai carnivori. Qualcuno di buona volontà ha perfino preparato un formulario con domande e risposte, per essere sempre pronto. Personalmente non reagisco mai allo stesso modo. Mi infastidisce rispondere, se devo essere sincero. Io so perché non mangio carne, e alla maggior parte degli altri non interessa veramente. Perché allora parlarne? Talora divento acido e chiedo di lasciarmi mangiare in santa pace, altre volte esordisco con una battuta; se sono in vena, allora parlo delle mie convinzioni, addobbandole con digressioni tecnico scientifiche.

Con questa mia argomentazione, povera tanto di completezza quanto di pretese, spero soltanto di lasciar riflettere chi mangia carne e anche chi non lo fa più. Non parlerò di vegetarismo o di veganismo, perché non è quello il mio scopo. Dirò soltanto che non mangio carne. E il pesce? Sempre di carne di tratta; e ovviamente non rinnego neppure la sofferenza derivante da latte e uova. Quel che mi preme sottolineare in tale sede è, tuttavia, il mio disgusto legato alla necrofagia.

Non parlerò neppure di animalismo. Ci sono sicuramente molti trattati in materia, scritti da personaggi più eminenti e credibili di me. L'argomento è solo la carne, così come la intendono la maggior parte delle persone, così come forse non l'hanno mai vista.

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Si può decidere di non mangiare carne per tanti motivi: etici, morali, di puro gusto, di moda, salutistici, religiosi. Per me non è stata una questione di moda, certamente, perché quando cominciai era tutt'altro che ben vista questa scelta. Non che oggi le cose siano molto diverse, ma certamente non scandalizza come un tempo. Forse per qualcuno fa un po' élite, basta non esserne troppo convinti. C'è chi non mangia carne, infatti, però va a caccia di anatre: la popolarità consente anche questo. C'è chi non mangia carne, ma indossa pellicce: fa tanto freddo in Italia. C'è chi non mangia carne rossa e chi non mangia carne bianca, forse per una questione di abbinamento di colori con le proprie scarpette eleganti; chi mangia molluschi, ma non pesce, perché i primi sono frutti di mare e non animali; chi mangia pollame e non coniglio, perché la gallina è stupida e non soffre. Maledetti siano i cinesi, che mangiano il cane, mentre noi possiamo fare giustamente razzia di lepri e cinghiali.

Mi capitò di andare in Scandinavia; il viaggio che sognavo da anni. Attraversammo la lapponia svedese e quella norvegese in autobus. Distese sconfinate, laghi e coste meravigliose. Per la prima volta ci imbattemmo in un branco di renne. Vivono libere, beate loro, con tanto verde a disposizione e le nostre mucche le invidierebbero. Costringemmo l'accompagnatrice a far fermare l'autobus, per scattare delle foto. Mi tenni a debita distanza, armato di zoom e cavalletto, per non infastidirle. Ma la curiosità dei miei compagni di viaggio era troppo forte. Tutti a urlare di gioia, a cercare di accarezzarle, a voler fare la foto con una renna sullo sfondo. C'era un entusiasmo che non avrei immaginato in persone anche di una certa età. Dieci minuti dopo arrivammo al ristorante. Avevo ancora in testa le parole ripetute più e più volte da tante persone: "Che belle le renne, sono animali stupendi!". Quell'eco lontana fu sopraffatta da un'altra frase che piombò sui miei pensieri come una stalattite ghiacciata: "Che buona la renna!". Eh, si, erano le stesse persone di prima che stavano mangiando carne di renna. Dedussi che la renna è certamente più buona che bella, perché la vera bellezza non andrebbe mai uccisa. Immaginate una modella, tanto bella da finire nel piatto di un ammiratore; solitamente le cose non funzionano così, per fortuna. Ho sempre avuto paura di incontrare altre renne, di sperimentare altre reazioni dei miei compagni di viaggio. Quando vedo un'insalata nel giardino, spesso avverto in risposta allo stimolo visivo un certo languorino. Magari anche loro avrebbero sperimentato la stessa sensazione di fronte ad una renna viva, ora che ne conoscevano il gusto. Come si può guardare un animale negli occhi conoscendone oltre all'aspetto, al colore, all'odore, anche il sapore? Questo pensiero mi fa venire la pelle d'oca.

Non è stata l'unica volta che bellezza e gusto si sono scontrati, a favore del secondo. Amo la montagna; racconti, fotografie e versi sono la testimonianza di questa passione. Vinsi perfino due premi, per una poesia e un racconto ispirati ai miei monti. Ho lavorato più volte come volontario all'interno di un Parco Nazionale. Difendiamo l'ambiente e gli animali; ci entusiasmiamo quando un cinghiale, un cervo o anche una lepre ci attraversano la strada; ci svegliamo alle cinque del mattino per regolare gli accessi ai sentieri a numero chiuso, lì dove cervi e camosci sarebbero infastiditi da un flusso costante di turisti. Peccato che poi a cena si mangi prosciutto di cervo e salame di cinghiale. Mangiamo (mangiano) gli stessi animali per i quali sacrifichiamo le nostre vacanze.

Anche le serate trascorse in un'oasi naturalistica dove ho svolto attività di guida, sempre da volontario, terminano con una grigliata, dove vengono arrostiti senza scrupoli animali, i fratelli di quelli che proteggiamo.

Forse viene considerata la giusta ricompensa per il lavoro svolto. Una sorta di ringraziamento da parte degli animali per la protezione offerta. Un po' come se un amico che innaffia le piante del giardino e dà un'occhiata alla casa in nostra assenza si sentisse nel diritto di portare via un po' di argenteria come ricompensa. Se fossi un animale selvatico, direi "No, grazie, mi proteggo da solo; se non mi uccide il bracconiere, tu comunque mangeresti mio fratello quale ricompensa.".

Ognuno va per la propria strada, e in questo non c'è niente di male. Io non sono razzista, e pertanto la mia scelta vuole essere radicale. La renna e il cane per me sono uguali, a meno delle corna e pertanto non mangio né l'una né l'altro. *

Non è facile decidere di non mangiare carne. La carne, o i suoi derivati sono ovunque. Lo strutto, ad esempio. La quasi totalità del pan carrè prodotto in Italia contiene strutto; anche altri prodotti da forno ne potrebbero avere. Addio ai tarallini, a certi biscotti. Molte pasticcerie, anche per chi continua a mangiare uova, diventano off-limits, per lo stesso motivo. Ho provato all'estero il pane da tramezzini senza strutto: la differenza non si nota. Perché allora continuare ad usarlo? Per fare del male al nostro fegato? Olio o margarina svolgerebbero le stesse funzioni, nella maggior parte delle ricette.
Se poi si decide di eliminare anche latte e uova, allora meglio non avvicinarsi ai prodotti confezionati. Niente di male, evitiamo di incentivare le multinazionali. Non finisce con l'alimentazione. Trovare scarpe cruelty-free è un'impresa titanica, oltre che onerosa. Purtroppo il mito della pelle, del fior di pelle, è ancora vivo (scusate il termine poco felice, visto che si parla di cadaveri). La vita di chi decide di non mangiare carne è costellata di ostacoli e sacrifici.

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I disagi più grossi li ebbi in famiglia. Se fossi stato più forte, avrei seguito il mio istinto già da sedicenne; a quei tempi mi limitavo ad invidiare quei pochi vegetariani di cui avevo notizia. Mi colpì la lettera di una bambina di 10 anni, apparsa su una rivista per gli amici degli animali allora abbastanza in voga. Era vegetariana e ne andava fiera; i genitori avevano accettato la sua scelta e lei viveva in pace con se stessa. La ammirai per la sua caparbietà, per la sua ostinazione e decisi che un giorno sarei diventato come lei. Un giorno, quando avrei avuto un lavoro ed una casa mia. Ero troppo debole, con un carattere non ancora formato, molto condizionabile dai miei genitori. Persone stupende, devo ammetterlo, che non mi hanno mai fatto mancare nulla, che non mi hanno mai dato un ceffone, che hanno sempre discusso con me dei problemi invece che imporre la propria volontà; ma anche immersi nella consuetudine e nelle convinzioni popolari, come tanti di quella generazione. Da loro mi è stato trasmesso il rispetto per gli animali e per la natura. Ci pensai a lungo, troppo a lungo; impiegai 5-6 anni prima di impormi, ma quando lo feci non ci furono tentennamenti, indecisioni, rimorsi.

Mia madre aveva capito che qualcosa stava cambiando in me. Ero entusiasta dei ragazzi non carnivori che avevo conosciuto, delle informazioni che mi avevano passato, della certezza che non avrei danneggiato la mia salute, ma semmai l'avrei rafforzata. Ne parlavo con lei, che mi ascoltava attenta e rispondeva sempre: "Noi non mangiamo molta carne; ma un po' è necessaria.". Nel mio frigo la carne compariva solo una volta a settimana, talora il pesce e di tanto in tanto degli insaccati. Si consideri che sono meridionale (nonostante da piccolo disegnassi il Duomo di Milano e mi sia ritrovato, crescendo, con una cadenza amorfa, un po' come in un film di qualche anno fa) e il ragù, quello cotto per ore, per giorni, fino a diventare così scuro che il nero sembra un colore vivo al confronto, fa parte della mia cultura; eppure a casa mia tale consuetudine era solo un'effimera visione relegata ai pranzi patronali. E allora, perchè non rendere radicale la scelta? Lei sospettò qualcosa quando cominciai a non mangiare il secondo piatto; quando rinunciai ai tortellini che mi erano sempre piaciuti tanto; quando scartavo la carne dai maccheroni al forno. Ma non comprese e non accettò quando, in un caldo giorno di luglio, rifiutai con una scusa banale e stupida anche i bastoncini di pesce, quelli buoni del capitano. "Tu sei pazzo, finirai in ospedale. Tu stai frequentando le persone sbagliate. Domani andremo dallo psicologo, prima che sia troppo tardi.": le sue parole di mamma, terrorizzata di fronte all'ignoto. Parole di una mamma che temeva di vedere il proprio figlio finire peggio che drogato. "Capisco la carne, ma il pesce. Non puoi vivere di sole verdure!".
Niente al mondo mi avrebbe fatto cambiare idea, neppure le lacrime di una mamma. Semplicemente perché ero certo di essere nel giusto, di non fare danni, di fare del bene al corpo e allo spirito. Sebbene il mondo di Internet fosse ancora un miraggio riservato a pochi eletti, avevo raccolto materiale a sufficienza per documentare la bontà delle mie scelte.
Non dimenticherò mai quel pomeriggio di urla e rabbia. Quel giorno mi liberai definitivamente dalle catene della carne; divenni un uomo libero di vivere secondo coscienza. Quando le urla si placarono, quando io avevo ormai esaurito le argomentazioni e lei i dubbi, il sole cominciò a splendere per sempre sulla mia vita. Ero libero dalla carne, dalla necrofagia.

Sapevo che la mia vita sarebbe diventata difficile, ma mai come lo era stata fino a quel giorno. Avevo mangiato carne solo per far piacere a mia madre, a mio padre, alla mia ragazza. Anni di lotte interiori, di lenta maturazione, di compromessi con me stesso. Una coscienza che non riusciva ad essere pulita.

Mia madre accettò, senza comprendere. Mio padre non comprese e non accettò per molti anni, pur sforzandosi, ma dovette adeguarsi alla mia inflessibilità. La carne fu bandita dai miei piatti. A poco a poco mia madre si abituò al mio stile di vita; capì da sola, senza parole, che un cucchiaio adoperato per girare il ragù contamina irrimediabilmente il sugo di pomodoro. Imparò a leggere le etichette al supermercato, escludendo prodotti con strutto, con brodo di carne, con gelatine animali.
Mio fratello decise di seguire le mie orme. Ma in lui l'esigenza di non apparire diverso, di restare nella massa fu più forte. E così dopo un breve periodo tornò sui propri passi, almeno fuori casa. Ma intanto la mia famiglia aveva smesso di mangiare carne. Niente più animali morti nel frigo, nel congelatore, nella dispensa, se non in casi eccezionali. Non tanto per convinzione quando per praticità: un solo sugo è più rapido da preparare di due, un secondo senza carne è meno impegnativo di due secondi; il contorno, almeno quello, è sempre stato uguale per tutti, come la frutta!

Da quel pomeriggio di luglio sono trascorsi tanti anni. Di poche cose sono davvero orgoglioso; del mio non mangiar carne lo sono certamente.

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Descrivere il quando e il come è stato facile: la mia memoria a lungo termine è sempre vivida. Spesso faccio fatica a ricordare il mio numero di cellulare, ma rivivo il passato con l'intensità del presente. Ogni istante, ogni parola, è saldamente impressa nella mia memoria.
Ho rinviato il perché fino da ora. E' il nocciolo della mia digressione. Tanti sono i perché, ma forse io semplicemente sono nato non carnivoro. In fondo da piccolo rifiutavo come un ossesso gli omogeneizzati, quelli che ti fanno crescere alto bello biondo e con gli occhi azzurri. Sarà per questo che supero appena il metro e settanta, la bellezza è una chimera, i capelli un lontano ricordo e gli occhi di un banalissimo castano! Ricordo mia madre e mio padre che mi inseguivano per casa per farmi mangiare il fegato e il cuore; mi sa che il fegato me lo rodevo già allora, a tre anni! Quanti bocconi di carne masticati per ore fino all'esasperazione, senza riuscire ad inghiottirli...
A quei tempi andavano di moda le "spremute di carne": una fettina poco cotta veniva pressata con lo schiacciapatate, per farne fuoriuscire il prezioso liquido ricco di ferro e proteine; e alla stregua di giovani vampiri ne bevevamo a iosa, per diventare sempre più grandi e belli. Neppure questa aberrazione è servita allo scopo, se non a farmi provare sempre più disgusto dinanzi ad un piatto di animale morto.
Ma non è questo che i miei lettori vorrebbero leggere da me. Si aspettano certamente motivazioni più interessanti. Tutto quanto troverete nel seguito potrebbe apparire forte, ma è davvero quel che sento quando si parla di carne.

Cosa è la carne che mangiamo? Anzi, che mangiate. Nient'altro che il cadavere di un animale. Una bistecca nel piatto è un pezzo di cadavere. Che la carne possa piacere è un discorso soggettivo; che si tratti di animale morto è oggettivo, indiscutibile. Un pollo allo spiedo è una gallina morta infilzata. Una lepre in salmì è una lepre morta. Punto.
Sono pronto ad accettare qualsiasi argomentazione in fatto di gusto, ma non ritengo opinabile in nessun modo, né da un punto di vista scientifico né pratico, l'equazione:

Mangiare carne = Necrofagia

o, equivalentemente,

Carne = Cadavere

Quando un animale viene ucciso per l'alimentazione, il suo cadavere deve restare a riposo per alcune ore, prima di procedere al consumo; la cosiddetta frollatura. Un animale frollato è un cadavere in stato iniziale (o avanzato, a seconda del tempo trascorso) di decomposizione.

Frollatura = Putrefazione

Spiegatemi pure che non mangiando carne non si vive; non vi crederei comunque, ma vi ascolterei. Non contestatemi, vi prego, invece che la carne che finisce nei vostri piatti sia un cadavere, una carogna, un animale morto. Significherebbe rinnegare la realtà.

L'animale viene macellato. Viene frollato. Viene venduto. Viene acquistato. Viene messo in frigo. Dopo qualche giorno viene cucinato. Quanto tempo è trascorso? Sebbene il freddo rallenti i processi di deterioramento, i giorni sono passati, e l'animale è morto da un po'. La putrefazione è iniziata. Nello stomaco arriverà un animale morto da giorni.

Che differenza c'è tra un animale e un uomo? Un uomo è un animale, che qualcuno definirebbe evoluto. In termini biologici la differenza non è tanta.
Ho visto morire i miei cani. Ho dato loro l'ultima carezza. Li ho avvolti in un sudario e rinchiusi in una scatola di cartone per seppellirli. So come è freddo e rigido un animale morto.
Purtroppo ho visto anche il corpo esanime di qualche anziano umano a me caro. Non c'era molta differenza. Rigido e freddo allo stesso modo. E mi sono chiesto, scusate la mia follia, come si possa mangiare un cadavere.

Questo discorso ha un retrogusto macabro, ma non è confutabile, perdonate la mia convinzione. Mangiare carne è mangiare morte. Anche le verdure sono morte nel piatto, ma un animale morto è troppo simile ad un uomo morto, ed è troppo diverso da una verdura, oltre a possedere un sistema nervoso centrale che consente di provare sentimenti per niente diversi dai nostri.

Avete mai visto un cane investito? Avete mai osservato le sue budella sparse sull'asfalto? Quando mi è accaduto, mi sono chiesto come si possa mangiare della carne. In fondo, che differenza c'è tra un cane sbudellato sull'asfalto e un maiale macellato? Ben poca.

C'è chi mangia carne al sangue. Se questo non è un atteggiamento ancestrale, come lo si definirebbe? Gli animali selvaggi uccidono le loro prede e ne lappano anche il sangue. E allora siamo davvero creature evolute? C'è un atteggiamento tipico dell'uomo moderno che mi manda in bestia (altro gioco di parole poco felice). L'uomo viene considerato evoluto in alcuni casi e un animale in altri. In base alle convenienze. Se si parla di carne si viene a creare un paradosso. L'uomo mangia carne perché è un animale; l'uomo può allevare e uccidere gli animali perché è superiore ad essi. Decidiamoci, una buona volta. Se proprio vogliamo essere superiori, non uccidiamo per soddisfare il nostro palato. Ma questa ostinazione, a mio parere, è soltanto la manifestazione dei nostri istinti ancestrali, che ci portano a voler uccidere senza sentirci moralmente colpevoli di assassinio, a desiderare il sangue, a sfogare gli impulsi ferini su chi è legalmente, moralmente e teologicamente destinato a noi. Se davvero l'uomo fosse superiore, rinuncerebbe a fare del male ogni volta che gli fosse possibile. Si può vivere senza carne, serenamente. E se qualcuno me lo contesterà, allora vorrà dire che io non esisto, perché di anni da quel giorno di luglio ne sono trascorsi tanti. C'è anche chi mi ricorda che gli effetti li vedrò con il tempo. Ma di questo passo, quando il tempo sarà passato, la vecchiaia sarà incalzante. Forse diventerò vecchio perché non mangio carne? Lo spero!

I nazisti credevano che la razza ariana fosse superiore. In fondo l'uomo comune afferma di essere superiore agli animali. I nazisti istituirono i campi di concentramento. L'uomo comune ha creato gli allevamenti intensivi. I nazisti costringevano gli ebrei a condizioni di vita disumane. L'uomo comune costringe gli animali da allevamento a vivere in uno stato per niente compatibile con la loro natura. Siamo sicuri che ci sia tanta differenza? Con la caduta del nazismo gli ebrei hanno ritrovato, come è giusto che sia, la loro dignità e nessuno più ne parlerebbe come facevano le SS. Perché non dovrebbe accadere la stessa cosa con gli animali? Forse perché per noi sono creature inferiori? Ma i nazisti erano convinti della stessa cosa con gli ebrei... Non potremmo allora essere in torto anche noi oggi come lo erano loro allora?

Proviamo a guardare negli occhi un animale. Non c'è vita, dietro di essi? Proviamo ad immaginarli un attimo prima che una pistola ad ago gli venga piantata sulla tempia. Siamo sicuri che non ci sia paura in quegli occhi? Io ne avrei, anche se non sapessi cosa stia per accadere. Ne ho avuta tanta quando mi hanno portato in sala operatoria per ridurre una brutta frattura, pur essendo cosciente che qualunque cosa sarebbe stata per il mio bene. Avevo ugualmente paura. Perché allora una mucca non dovrebbe provarne? Una mucca si dibatte, non arriva spontanemente al patibolo. A volte si lamenta. Non è paura? E' giusto che ne abbia? La nostra gola vale tanto terrore? Non potrebbe la sua paura essere uguale a quella di un ebreo condannato al forno crematorio? Se qualcuno risponde di no, come fa ad esserne sicuro? L'ha chiesto alla mucca, all'ebreo e poi ha messo a confronto le risposte?
Anche se non volessimo dare alla vita della mucca uguale valore che alla nostra, perché considerare priva di senso la sua paura? Siamo sicuri di non mangiare il suo terrore? Possibile che sia tanto difficile provare empatia per un'altra creatura? Possibile che l'egoismo umano copra gli occhi a tal punto?

La logica umana è perversa ed egoista. Questo il motivo che ci spinge ancora a mangiare carne, a cibarci di cadaveri. Credo di non avere altro da dire.

A questo punto, Buon Appetito!